Lo so, lo so che capisci tutto tu. Lo so che mi leggi dentro. E so anche che per un banale errore di calcolo prima o poi leggerai le cazzate che sto scrivendo. E sei troppo intelligente per non capire che parlo proprio di te… Ti chiedo solo un po’ di indulgenza se è possibile. Insomma, per me sei una persona speciale. E hai risvegliato in me emozioni che non pensavo più di essere capace di provare. Il resto sono solo parole…
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L’ultima volta che ti ho sognato è stato un meraviglioso sogno di amicizia, uno di quelli che ti danno la carica per tutto il giorno. Io ero triste, tu eri dolce, niente di più. Anche nel sogno di ieri notte eri dolce, ma un tuo dito mi sfiorava le labbra e le tue (di labbra) si avvicinavano un po’ troppo alle mie. “Stai tremando…Non senti che tremo anch’io?” Oddio, non sarebbe stata la prima volta che sogno di baciarti. Invece ieri notte sono letteralmente saltata fuori dal sonno, mi sono ritrovata sveglia e in preda al più nero terrore, col desiderio di non addormentarmi più. Io che adoro dormire. Figurati! Perché poi, non saprei dirlo. E quando è tornato il sonno sei tornata anche tu e la mia attività onirica è terminata con la mia decisione di prendermi un anno di tempo per capire quanto ti voglio nella mia vita e che tipo di rapporto vorrei davvero con te. Insomma, inverosimile, spaventoso, disturbante. Sei rimasta a passeggiare nei miei pensieri tutto il giorno, ho voluto intensamente che tu fossi nei miei pensieri. Ora però, spero solo di dormire tranquilla…
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Quanta malinconia mi ispira questo blog! Sarà anche che mi ritrovo ad un bivio nella mia vita. Stavolta non si tratta più di giocare ad essere grande, ma di esserlo davvero, a tempo pieno. Mi viene la tentazione di nascondere la testa nella sabbia, cercare protezione come una bambina, sentirmi le spalle coperte. Non che quegli irresponsabili dei miei genitori mi abbiano mai fatto sentire al sicuro. Solo che le falle di questa nave sono sempre di più, entra sempre più acqua, il disastro non è vicino, ci siamo già dentro. In realtà sbaglio a dire di essere a un bivio. Non ho scelta, devo buttarmi e basta. Le giornate passano in uno stato di angoscia e disperazione che dissimulo quasi perfettamente. Di notte però, con questo silenzio meraviglioso, in penombra, mi sento semplicemente triste. Non avendo il minimo buonsenso ed avendo invece la pessima abitudine di girarmi sempre indietro a guardare le persone che si allontanano, i treni che partono, chiudo gli occhi e mi giro a guardare il mio passato, questo gomitolo di dolce dolore. Mi sono affannata inutilmente a cercarne le estremità, a scioglierne i nodi. Il guaio è che sono solo riuscita ad attorcigliarmelo ovunque e mi tiene prigioniera. Mi fa sentire confusa. E piccola. Beh, ormai non ho più tempo da perdere in questi giochini, che rischio di colare a picco. Devo assolutamente buttarmi…ma ho paura…non credo di saper nuotare…e non sono sicura di non desiderare di annegare…Comunque…non sono pensieri suicidi i miei, solo quella profonda, maledetta malinconia che pure amo tanto. Perfino quando sto bene, quando mi sento combattiva o magari felice, sento come se queste sensazioni fossero solo abiti dai colori sgargianti con i quali mi vesto. La malinconia, invece, mi ricopre come pelle, non mi abbandona mai.
Alla Malinconia
Nel vino e negli amici ti ho sfuggita,
poiché dei tuoi occhi cupi avevo orrore,
io figlio tuo infedele ti obliai
in braccia amanti, nell’onda del fragore.
Ma tu mi accompagnavi silenziosa,
eri nel vino ch’io bevvi sconsolato,
eri nell’ansia delle mie notti d’amore
perfino nello scherno con cui ti ho dileggiata.
Ora conforti tu le membra mie spossate,
hai accolto sul tuo grembo la mia testa
ora che dai miei viaggi son tornato:
giacché ogni mio vagare era un venire a te.
Herman Hesse
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Ho le gambe inconsistenti di chi non ha avuto radici. Sempre protesa verso un altrove disperato. Resto qui sola, in attesa di un passato che non può arrivare, che non sarà mai. Mi manca la vita che non ho avuto. Per strada stasera la gente mi guarda e mi sento piccola e spaventata. In fuga dal loro sguardo, cerco rifugio nelle mie tasche polverose, dove mi tormento le mani. Trattengo il dolore in un respiro. Sono in attesa. Di mio padre. Di me stessa. Fermo a stento le lacrime. Fragile come una foglia secca, oggi potrei spezzarmi con un soffio di vento.
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Gelosa? tu? gelosa? tu che ispiri la più nera gelosia? tu che non hai nulla da invidiare a nessuno? tu che sei l’immagine tatuata dietro i miei occhi? GELOSA??? hahaha. Stento a crederlo. Però il pensiero mi fa sorridere. Magari fingi. (???) Nel frattempo sorrido e fingo di significare qualcosa per te. Giusto un pochino. Ovviamente solo nell’ambito dell’amicizia eh! Illudermi un po’ non mi farà mica male…
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Vorrei avere un videoregistratore speciale. Tornare indietro al quel tuo sguardo di tenerezza. Premere pausa. Accarezzarlo. Rigirarmelo negli occhi e tra le mani, sentire il suo profumo. Fermare il tempo, fermare il mondo, solo per un po’, in quell’istante perfetto, quella sensazione così piena, così fuggevole. Vorrei riempirmene fino a sentir bruciare i polmoni, fino ad incendiare il sangue, trattenerla nel respiro fino a scoppiare in una risata isterica e in un pianto disperato.
Per calmare le lacrime, poi, vorrei rivedere tutto il pomeriggio che abbiamo trascorso insieme, le mie spalle curve, i nostri sorrisi, le chiacchiere leggere che volavano via come bolle di sapone. Chiuderei gli occhi nei momenti di imbarazzo, con un sospiro soffierei via ogni possibile dolore.
Quante discussioni mi è costato quel pomeriggio! Eppure, sinceramente, ne vali la pena…
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All’improvviso arriva. Ti prende, ti ammalia, ti solletica i sensi. Sei sulle montagne russe emozionali e ti senti felice, viva. E’ tutto più bello, i colori sono più vividi, le persone più luminose. Ti perdi dietro il minimo gesto, ogni sguardo è un nuovo mondo, ogni parola una fantastica avventura. Quello che senti dentro è una meravigliosa tensione che ti fa urlare contro il vento, in attesa che ti riporti la tua voce con una risata. La pioggia ti bagna le labbra e tu chiudi gli occhi e immagini la sua pelle sconosciuta. Ti senti felice, anche se sei sull’orlo di un fottuto precipizio. Va tutto bene, è tutto grandioso. Anche la tua relazione va meglio, risollevata dalla tua gioia di vivere. Finché non entra in gioco il cervello. E’ l’inizio dei guai. Ti chiedi cosa stai facendo (niente!), dove ti porterà tutto questo (ma questo cosa??), se stai perdendo di vista tutto ciò che conta per te (???), se rischi solo di farti male e fare del male (ma a chi? e come?). A questo punto la tua risata si distorce in una smorfia di dolore e quella meravigliosa tensione diventa una preoccupazione, un pensiero costante. Cammini per strada cercando il suo viso e appena te ne rendi conto subito abbassi lo sguardo, colpevole. Per poi rialzarlo nel timore di aver perso il suo passaggio e riabbassarlo ancora, di nuovo colpevole. Cominci a litigare con te stessa, adesso basta, da oggi non sono più innamorata di lei. Reggi il gioco per qualche giorno, la vedi e ti illudi di aver vinto sul tuo desiderio. Poi mandi affanculo il tuo cervello e gli dici che è una stronzata. La rivedi e ti commuove anche solo guardare le sue mani. Passi la notte a pensare a lei, a quanto sarebbe sbagliato, a quanto non la vuoi. A quanto la desideri. Il desiderio a volte è troppo forte. E non c’entra niente con l’amore che provi per l’altra, la tua ragazza. Mi manca quella tensione, quelle risate, quella gioia di vivere. Mi manca urlare ridendo contro il vento. Mi manca pensare alle sue mani calde ogni volta che sento troppo freddo, solo per farmi venire i brividi. Il mio era un semplice, bellissimo desiderio. E non pensavo a realizzarlo, solo a godermelo. Ma ho rovinato tutto da sola. Ormai sono solo prigioniera del tormento.
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Ci sono giorni che sono come una lotta. Indosso i miei scarponi come armatura, un ombrello scudo aperto contro le lance che cadono dal cielo protegge i miei capelli dall’arricciamento e i miei deboli polmoni dalla tosse. Affanno come un combattente sul campo di battaglia. Cammino strafatta di adrenalina, col sangue che mi sbatte nelle orecchie, gli occhi che mi bruciano e il maglione che mi stringe il collo come potrebbero fare due mani nemiche. Tutto questo per andare a pagare i miei seicento euro mensili di affitto. La ritirata è ancora più dura, boccheggio in cerca di ossigeno, l’ultima sigaretta ha succhiato via la mia capacità di respirare. Guardo le pozzanghere e penso che mi ci stenderei dentro, con la faccia al suolo, come un soldato colpito alle spalle. Stamattina ho quasi pianto. Due piccole lacrime disperate mi sono scese lungo la fronte invece che per le guance. Beh, stavo in una strana posizione rannicchiata, non ho condotti lacrimali deformi…Questa cosa mi ha messo una tale tristezza addosso che ho smesso di piangere. Avrei voluto rimettermi a letto, dormire fino a domani e far scomparire questo mercoledì inutile nel nulla. Purtroppo sono costretta a lavorare per mangiare, altrimenti l’avrei fatto sul serio.
E la giornata è appena cominciata…Il piccolo soldatino va al lavoro.
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Oggi una mia conoscente mi ha chiesto come si fa a capire di essere omossessuali e se è più facile capirlo per un uomo o per una donna. Io non sono un uomo quindi non posso rispondere per la categoria. Beh, non posso neanche rispondere a nome di tutte le donne. Conosco solo la mia storia. So di averlo capito tardi, intendo capito sul serio. A diciannove anni. Però potrei dire di averlo saputo da sempre. Perché lo sai, lo senti, che sei diversa. Anche se non lo dici. E non fai domande. Assolutamente niente domande. Lo capisci da te che in questa cultura, in questa società tu sei considerato qualcosa di sbagliato. Da piccola non te ne parlano, non ti dicono che c’è un’altra opzione. Oltretutto può capitarti di sentire la parola ricchione, o frocio, femminiello magari. Lesbica mai, come se non fosse possibile per una donna non volere un uomo. Non potrebbero mai immaginarlo per la loro figlia, sorella, nipote o quant’altro. Di sicuro non lo desiderano. E se ne conoscono l’esistenza o ne riconoscono le stigmate, fanno gli scongiuri e si mettono due belle fette di prosciutto davanti agli occhi per non vedere. Ergo, tu resti sola col tuo disagio, con la sottile consapevolezza che c’è qualcosa che non va in te. Ma è ancora presto, non sai cosa siano gli ormoni e continui a giocare a pallone, con i lego, i soldatini e a vedere in tuo fratello maggiore il tuo modello di vita. Se pensi al futuro hai le idee ben chiare, vuoi sposare tua madre e vivere in campagna. Solo un vago senso di colpa ti accompagna quando tuo padre urla di cambiare canale e togliergli davanti quel ricchione che sta cantando. Più o meno la stessa sensazione di quando si accorgono che qualcuno ha rubato lo zucchero e diventi rossa sapendo perfettamente che sei stata tu. Così al suono di quella strana parola abbassi lo sguardo e cerchi qualcuno da incolpare. Ma non capisci. Intanto guardi con occhi sognanti la maestra, la professoressa, la ragazza di tuo cugino e consideri i maschi delle capre. Capre simpatiche, compagni di giochi e di merende, ma nulla di più. Cominci a dire cose strane, quando qualcuno prova a baciarti tiri fuori che per te è come un fratello, che ti senti troppo simile a lui. A qualche malcapitato succede che gli scoppi a ridere in faccia. Poverini i ragazzi che ho incontrato nella mia vita. Oggi vorrei dirgli chiaramente che non c’era nulla che non andasse in loro, che non dipendeva da loro se per me stare insieme poteva al massimo significare studiare insieme il pomeriggio e giocare a qualche videogame. Portavo i capelli corti, i maglioni larghi e parlavo con la voce bassa. Ho cominciato ad assomigliare a una donna solo molti anni dopo. Non che questo faccia la differenza. Conosco ragazze mascoline che sono totalmente e senza dubbio etero e femminoni che sbavano al lontano odore di estrogeni. Comunque…a sedici anni mi definivo bisessuale, eppure al tempo per me era solo una parola. A volte me ne dimenticavo perfino. Quindi non è che avesse sto gran significato. Quando qualcuna nella mia scuola veniva additata come lesbica in modo schifato, mi saliva alle labbra un mezzo sorriso amaro di solidarietà. Ma forse la leggevo semplicemente come solidarietà tra disadattati. Vivevo una (s)comoda asessualità, la depressione impegnava troppo il mio cervello per poter pensare ad altro. Tanto non credevo nell’amore, non m’importava. Sono rimasta in questo limbo indefinito per anni. Poi mi sono “ammalata”. O almeno credevo di esserlo. Avevo sintomi terribili, gastrici, cardiaci, respiratori. Ne parlai con un’amica, perché cominciavo a preoccuparmi seriamente. Lei scoppiò in una fragorosa risata e mi buttò addosso una verità troppo terribile da accettare. Ero innamorata. Di una donna, of course. Ricordo ancora che scrivevo le parole”ti amo” in caratteri talmente piccoli che a stento riuscivo a leggerli. Eppure, chiamatela ingenuità, stupidità, arguzia da bradipo, ma io non l’avevo mica capito di essere lesbica!! Mi ci volle un altro anno e molti conflitti. La amo ma non sono lesbica. Finché un bel giorno aprii gli occhi ed ebbi un’epifania improvvisa (insomma, era ora!). Ero lesbica. E ancor di più, mi ero resa conto che si poteva tranquillamente provare attrazione sessuale per una donna. Da quel momento in poi ho scoperto un nuovo mondo. E non intendo solo il mondo glbt, ma qualcosa dentro di me, una nuova me tutta da esplorare, tanti tabù e autocensure da scardinare.
Oggi ogni tanto vedo sti ragazzini che ti guardano strano se gli chiedi come si definiscono. Che ti dicono che non esiste più l’omosessualità o l’eterosessualità. Che vanno con tutti e non c’è differenza. Chissà se è vero, se i tempi stanno cambiando in questo modo così strano. O magari c’è solo più confusione.
Tornando alla domanda della mia conoscente, forse lo sai da sempre di essere omosessuale. Però poi ci vuole del tempo per dare un nome alle tue sensazioni, il percorso di riconoscimento può essere lungo. Quello di accettazione poi è un’altra storia, a volte lunga una vita. C’è chi si pone il problema se si nasce o si diventa omosessuali. Onestamente non m’importa un fico secco. Ciò che conta è che oggi sono così e che mi va più che bene. Anzi, amare le donne è motivo di grande gioia nella mia vita. Non mi “guarirei” per niente al mondo 
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