Che ci faccio qui?

Aprile 29, 2008 at 9:11 pm (Senza Categoria) (, )

Dove per “qui” intendo la mia stanza buia, ma anche questo stato dell’essere che non riesco a definire. Oggi sono uscita a fare una commissione e, una volta finita, ho pensato di camminare un po’. Non ho fatto neanche cento metri che mi sono girata e sono tornata di corsa a casa. Questo mi spaventa non poco. Il problema non è stare in spazi aperti, perché esco a fare servizi o a lavorare quotidianamente. E non è neanche restare sola con me stessa, perché è così che trascorro buona parte della mia giornata. Anche adesso sono sola, senza ansie né paure. Il problema è questo buio che ho dentro, questa voglia di graffiare le pareti e il mio viso, di piangere a singhiozzi, questo desiderio di annullarmi. Perché mi sento nulla. Zero. Che però non è uno zero vuoto. Non riesco a spiegare, non riesco a capire. Mi sento un cubo di Rubik e non ho la soluzione.

2 Commenti

  1. penelopebasta ha detto,

    No. No. No.

  2. Tom ha detto,

    Una volta una persona che amavo, e che amo ancora, mi disse che aveva bisogno di urlare. Non ha mai urlato. Non me l’ha mai confessato, ma sono quasi certo che non l’ha mai fatto. Ha iniziato a macerarsi dentro, a farsi del male da sola, cercando di annullarsi. Ed in quel suo annullarsi ha dimenticato sè stessa. Ha dimenticato quello che era, quello che voleva essere. Si è persa. Ci ha perso, ma questo conta poco. Adesso tenderle la mano, cercare di stringerla tra le mie braccia, per ricordarle che la paura è solo dentro il suo cervello, è diventato difficile. Parla del più e del meno, ride di sè, dell’umano destino, e poi si dissangua su un blog, in un lento ma costante stillicidio. Ora nemmeno lei sa più dove si trova, proprio come te. Se solo volesse, saprebbe che da qualche parte c’è una mano tesa, un petto che aspetta solo le sue lacrime. Se solo volesse. E non so più come dirglielo. Forse potresti provare anche tu a trovare un posto dove andare, dove buttare fuori quel buio, quel sangue nero che ti scorre nelle vene, che ti affoga gli occhi, che brucia le tue lacrime. Quella sorta di confessione con te stessa e con il mondo, quel mare in cui far sfociare il fiume dei tuoi dolori. E poi, dalla tua scogliera, guardare il mare in tempesta, magari capirlo, o almeno imparare ad accettarlo. E sapere che forse sarà con te per sempre. Ma saprai sempre e comunque dove farlo esplodere.
    Tom (o Ted, come preferisci)

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