Dove per “qui” intendo la mia stanza buia, ma anche questo stato dell’essere che non riesco a definire. Oggi sono uscita a fare una commissione e, una volta finita, ho pensato di camminare un po’. Non ho fatto neanche cento metri che mi sono girata e sono tornata di corsa a casa. Questo mi spaventa non poco. Il problema non è stare in spazi aperti, perché esco a fare servizi o a lavorare quotidianamente. E non è neanche restare sola con me stessa, perché è così che trascorro buona parte della mia giornata. Anche adesso sono sola, senza ansie né paure. Il problema è questo buio che ho dentro, questa voglia di graffiare le pareti e il mio viso, di piangere a singhiozzi, questo desiderio di annullarmi. Perché mi sento nulla. Zero. Che però non è uno zero vuoto. Non riesco a spiegare, non riesco a capire. Mi sento un cubo di Rubik e non ho la soluzione.
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Stasera mi ripiego su me stessa. Ho male dentro, e una dolorosa stanchezza di vivere. Mi nego il cibo cercando di tenere insieme i pezzi, per mantenere un controllo e una lucidità probabilmente falsi. Purtroppo non conosco metodi più sani e non riesco a fare a meno di sentire bisogno di controllo. Sono un’autolesionista, più mi sento ferita più mi ferisco da sola per contrastare il dolore. Stasera più che mai vorrei un manuale di istruzioni. Sto mentendo. Stasera più che mai vorrei addormentarmi senza dover pensare che ci sarà un risveglio. Ma anche questa notte passerà. Anche questo delirio passerà. Alla fine, per fortuna, la speranza e l’istinto di autoconservazione mi fottono sempre.
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Stasera ho solo voglia di fumarmi il cervello. E possibilmente il cuore. Sì, è proprio una di quelle sere in cui il mio vecchio compagno Senso di Colpa passa a farmi visita. Quindi mi sento autolesionista. Mi limiterò a fumarmi i polmoni credo. Vorrei prendere i miei sentimenti, scorticarli e affogarli, stringendo forte alla gola. Nascondere le mie inutili lacrime in quella pozza di acqua e sangue. Sotterrarne il cadavere e fingere che non siano mai esistiti. Indossare un’altra macchia sull’anima, tanto quella la vedono in pochi. Stasera mi sento stanca di sporcare la nostra amicizia con la mia attrazione per te. Vorrei offrirti una me pulita, sincera fino in fondo. Vorrei non solo volere solo la tua amicizia (non so se rendo l’idea…), ma anche provare solo affetto per te. Solo amicizia. Pulita. Sento dentro un vuoto doloroso, un grumo di lacrime in bilico che si cristallizzeranno presto. Vorrei strapparti da me, afferrare il tuo nome tra i denti, o almeno il significato che ha per me il tuo nome, strapparlo come se lacerassi le mie carni. Sentire dolore e finalmente piangere.
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Ho le gambe inconsistenti di chi non ha avuto radici. Sempre protesa verso un altrove disperato. Resto qui sola, in attesa di un passato che non può arrivare, che non sarà mai. Mi manca la vita che non ho avuto. Per strada stasera la gente mi guarda e mi sento piccola e spaventata. In fuga dal loro sguardo, cerco rifugio nelle mie tasche polverose, dove mi tormento le mani. Trattengo il dolore in un respiro. Sono in attesa. Di mio padre. Di me stessa. Fermo a stento le lacrime. Fragile come una foglia secca, oggi potrei spezzarmi con un soffio di vento.
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Ci sono giorni che sono come una lotta. Indosso i miei scarponi come armatura, un ombrello scudo aperto contro le lance che cadono dal cielo protegge i miei capelli dall’arricciamento e i miei deboli polmoni dalla tosse. Affanno come un combattente sul campo di battaglia. Cammino strafatta di adrenalina, col sangue che mi sbatte nelle orecchie, gli occhi che mi bruciano e il maglione che mi stringe il collo come potrebbero fare due mani nemiche. Tutto questo per andare a pagare i miei seicento euro mensili di affitto. La ritirata è ancora più dura, boccheggio in cerca di ossigeno, l’ultima sigaretta ha succhiato via la mia capacità di respirare. Guardo le pozzanghere e penso che mi ci stenderei dentro, con la faccia al suolo, come un soldato colpito alle spalle. Stamattina ho quasi pianto. Due piccole lacrime disperate mi sono scese lungo la fronte invece che per le guance. Beh, stavo in una strana posizione rannicchiata, non ho condotti lacrimali deformi…Questa cosa mi ha messo una tale tristezza addosso che ho smesso di piangere. Avrei voluto rimettermi a letto, dormire fino a domani e far scomparire questo mercoledì inutile nel nulla. Purtroppo sono costretta a lavorare per mangiare, altrimenti l’avrei fatto sul serio.
E la giornata è appena cominciata…Il piccolo soldatino va al lavoro.
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